Tutti gli articoli di wirklichblog

TV SHOWS – 5 Reasons to watch Westworld

Westworld is a tv show from USA conceived by Jonathan Nolan and Lisa Joy, based on the homonym 1973 movie written and directed by Michael Crichton. Nolan directed the pilot episode and he figures as executive producer together with Lisa Joy and J.J. Abrams.

The show debuted in the USA in October 2016 on the HBO channel.

Described as “a dark odissey about the dawn of artificial consciousness and about the future of the sin”, the show is about a futuristic theme park called Westworld.

The HBO also renewed the show for a second season. (Hurray!)

SO! Have you ever watched Westworld? If you haven’t, it’s time now to repair and I’ll tell you why.

Here you are 5 good reasons:

  • 1. THE SOUNDTRACK;    that’s always the first thing the spectator is faced to when he starts a new show: if there is a good start, all the rest is a bit more interesting. From Radiohead to Animals, from Amy Winehouse to Rolling Stones, Ramin Djawadi’s piano arrangements variety will give you chills of pleasure.

Here the link to the full Soundtrack on Spotify:    https://open.spotify.com/album/2poAUFGkHetMzM4xzLBVhY

  • 2. THE PLOT;    of course this is one of the most important points. Mysterious, twisted, ruthless, but deep and intimate too, the story has several psychological developments. It’s a real journey through human being’s mind.

 

  • 3. ICONIC QUOTES;    like every respectful TV show, if you don’t give spectators what they want, you just fail. Well, Westworld gave me everything I wanted with quotes such as “Die well”: so tiny and so majestic. Shakespeare’s quotes are also very used, until becoming almost the nucleus of the story.

 

  • 4. SIR ANTHONY HOPKINS;    aka the best worst enemy since he was born. Hopkins reveals himself again as one of the meanest people in the fake world of movies. The psycho-genious from the “Silence of the Lambs” strikes back. Anyway, his interpretation is brilliant as usual.

 

anthony_hopkins_as_dr._robert_ford_-_credit_john_p._johnson_hbo_-_h_2016.jpg

 

  • 5. THE SMOOTHNESS;    even if the topics are kind of delicate and deep, this has no effects on the smoothness of the show. Basically, it consists of ten episodes of about 50 minutes each, but they literally fly away while watching.

 

In a few words, Westworld is a great show which has a lot of potentialities; let’s just see if they will exploit it to make a second season up to the first one. See you in 2018, dear Westworld!

 

 

 

I tempi bui vanno sempre di moda -Da Brecht a i Ministri

Oggi, 9 novembre 2016, si compie negli Stati Uniti d’America una tragedia preannunciata e, col senno di poi, non  cosi’ tanto inaspettata. Oggi, il magnate miliardario statunitense Donald J. Trump, diventa il 45esimo Presidente degli USA.

E’ cosi’che nella giornata dedicata al 25esimo anniversario del crollo del Muro di Berlino, si consolida un muro (per ora) invisibile, costruito con mattoni fatti di ignoranza, razzismo, xenofobia.

E’ buffo, ma al contempo disarmante, come l’uomo moderno, ovvero uomo immerso nel progresso e nella dinamicità di un mondo in continua trasformazione, rimanga comunque radicato in ideali e principi rovinosi verso lo stesso genere umano.

Era il 1939, in pieno periodo nazista, e in merito a cio’ lo scrittore e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht scriveva una poesia/monito “A coloro che verranno”:

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

 

Ebbene, i tempi bui del quale parlava Brecht, non sono mai finiti. Sono mutati, evolutosi, questo si’. Possiamo trovarne la conferma nella politica, nell’attualità, guardandoci alle spalle o guardandoci allo specchio;

ieri, oggi, (molto probabilmente) domani.

E’ cosi’ che l’alternative-rock band italiana “I Ministri”, riprende questo concetto chiave espresso dal drammaturgo tedesco, in una delle loro canzoni più rappresentative, “Tempi bui”:

Veramente vivo in tempi bui
E non è per rovinarti il pranzo
Che ti dico arriva la marea
E tu la scambi per entusiasmo
Veramente vivo in tempi bui
E non ho nulla di cui preoccuparmi
Perchè sono diventato buio anch’io
Ma di notte sono uguale agli altri

E mi cambierò nome
Ora che i nomi non valgono niente
Non funzionano più
Da quando non funziona più la gente
Mi cambierò nome
Ora che i nomi non cambiano niente
Non funzionano più
Da quando non funziona più la gente

I tedeschi sono andati via
Come faremo ora a liberarci?
Non possiamo neanche uccidere il re
Perchè si dice siamo noi i bersagli
Veramente vivo in tempi bui
Riuscivi solo a chiedermi per quanto
E ora son diventato buio anch’io
Che cos’hai tu da brillare tanto

E mi cambierò nome
Per passar le dogane e gli inverni
Andrò sempre più giù
Dove non serve tenere gli occhi aperti

E mi cambierò nome
Ora che i nomi non valgono niente
Non funzionano più
Da quando non funziona più la gente
E mi cambierò nome
Ora che i nomi non cambiano niente
Non funzionano più
Da quando non funziona più la gente

E mi cambierò nome
E mi cambierò nome
E mi cambierò nome
E mi cambierò nome

Vi svelo, inoltre, che il nome di questo blog scaturisce proprio da quella che è la prima parola dei primi versi in lingua tedesca della suddetta poesia di Brecht “An die Nachgeborenen”, ovvero:

Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!”

Qual è percio’ la differenza tra il 1939 e il 2016? Se tanto mi da tanto i “coloro” al quale Brecht si appellava siamo proprio noi.

Gli stessi “coloro” che oggi sono riusciti a rendere il buio di questo tempo, un poco più pesto.


Sulla cresta dell’onda al Palazzo Reale di Milano – Hokusai, Hiroshige, Utamaro

Dal 22 settembre 2016 al 29 gennaio 2017, il Palazzo Reale di Milano ospita una mostra dedicata alle opere di tre dei più importanti artisti vissuti in Giappone nel periodo Edo. Famosi soprattutto per i loro lavori del genere di stampa artistica ukiyo-e, letteralmente “immagine del mondo fluttuante”, ma essenziali inoltre per lo sviluppo dei Manga e, nel caso specifico di Hokusai, degli Haiku (una forma estremamente minimalista di poesia).

Una sapiente scelta del materiale espositivo accompagna l’osservatore in un viaggio quasi mistico e lo travolge proprio come La Grande Onda di Kanagawa del maestro Hokusai. Un excursus estremamente interessante alla volta non solo della natura giapponese, ma anche dello  stile di vita nel periodo Edo (l’attuale Tokyo).

sans-titre

Katsushika Hokusai
Il fiume Tama nella Provincia di Musashi, dalla serie Trentasei vedute del Monte Fuji (circa 1830-1832)

Una delle cose migliori nel corso della visita, è sicuramente il momento in cui viene spiegato dettagliatamente ed esaustivamente quello che è il processo di creazione delle stampe. Un processo lungo e affascinante che ci catapulta in un mondo ricco di tradizioni che nonstante siano millenarie, ancora oggi perdurano.

La particolarità di queste opere realizzate in serie risiede tanto nei colori che ancora oggi si mantengono in uno stato praticamente inalterato, quanto in ogni singolo attrezzo e materiale utilizzato per crearle. Ogni artigiano, infatti, fabbrica con le proprie mani gli strumenti che servono a realizzare la stampa.

 

Mentre Hokusai si concentra maggiormente sulla natura, Hiroshige rappresenta il più delle volte, nelle sue stampe, anche soggetti umani.

 

hiroshige.png

Utagawa Hiroshige
41 – Narumi. Negozi che vendono i celebri tessuti shibori, dalla serie Cinquantatré stazioni di posta del Tôkaidô (1848-1849 circa)

 

Utamaro, invece, si dedica principalmente alle rappresentazioni di donne, magistralmente composte, chiamate

bijin-ga.hhu-gallery-21

 

 

 

 

 

 

 

 

Kitagawa Utamaro
“Ritratto di beltà” (1795 circa)

 

 

 

 

Il costo della mostra è di 12€ (10€ il prezzo ridotto per giovani residenti in UE tra i 18 e i 25 anni); un po’ cara, ma come vi renderete conto ne vale decisamente la pena.

Prendetevi quindi un weekend (prenotate preventivamente online se non volete fare la fila) e addentratevi nel “magico mondo fluttuante” del Giappone.

 

 

 

“A scanner darkly”- La non-realtà dei fatti

Brillante adattamento in animazione grafica digitale del 2006 dell’omonimo libro dello scrittore fantascientifico Philip K. Dick ( più noto per altre opere, come Blade Runner) e pubblicato nel 1977, “A Scanner Darkly” ( tradotto in italiano, direi, “sapientemente”, come “Un oscuro scrutare” ) è, a mio avviso, uno sconvolgente viaggio psicologico , ambientato in un ipotetico futuro semi-apocalittico.

Nessun morto vivente, nessun alieno, nessun mostro creato artificialmente per distruggere l’intero Pianeta; qui, l’apocalisse,  è meramente nella mente di ciascun personaggio. Causa di tutto cio’ è una fantomatica droga, chiamata “Sostanza M”, capace di bruciare, a poco a poco e, soprattutto, senza che l’individuo se ne accorga, tutti i neuroni.

Con un cast d’eccezione, che comprende attori professionisti quali Keanu Reeves, Winona Ryder e Robert Downey Jr., “A scanner Darkly”, precedentemente partorito da Dick sottoforma di romanzo è, in realtà,  una sorta di autobiografia. L’autore si è infatti ispirato alla propria esperienza con la droga, esperienza che lo ha marcato profondamente ed alla quale si deve, appunto, la sua reputazione di “scrittore drogato”.

La paranoia è, assieme all’assurdo, una costante dell’intera pellicola; questo profondo malessere porta le persone le quali fanno uso della “Sostanza M” (M come Morte), a vedere lo spazio dal quale sono attorniati, come una non-realtà in continua contraddizione con se stessa. Gli insetti che pullulano e causano prurito su tutto il corpo, immagine tipicamente apocalittica (basti pensare alle piaghe d’Egitto), sono una costante nella narrazione.

Si crea, pertanto, una circostanza non assoluta, bensi’ mutevole in base all’individuo sul quale ha effetto; una percezione distorta dell’ambiente circostante che culmina, poi, in un crollo psico-fisico dal quale, come spiega il protagonista nel suo monologo finale (si`, dovete proprio cliccarci sopra per vederlo), non ci si riprende e, il più delle volte, non si esce vivi.

Un adattamento, a mio avviso, perfettamente riuscito, che riesce a colpire il fruitore in maniera incisiva e lascia, inoltre, quel tipico “amaro in bocca” di chi vorrebbe vedere, nelle storie, sempre un lieto fine.

“Nostra è la maledizione, e ancora siamo maledetti, come lo siamo sempre stati, e così saremo tutti spinti verso la morte, conoscendo poco o nulla, e quel poco, e quel nulla, conoscendolo male.”

Philip K. Dick

 

 

“Io me ne vado”-Partire per crescere

Per chi, come me, fa difficoltà ad accontentarsi, arriva un momento nella vita in cui si guarda verso l’orizzonte del proprio futuro e tutto cio’ che si scorge fa parte di una realtà diversa, sconosciuta, nuova.
Partire, ma soprattutto ricominciare, in un posto cosi’ diverso da quello in cui sei vissuto per gran parte della tua vita fin’ora, è una vera e propria sfida.

All’inizio, soprattutto se non si hanno agganci, conoscenze e aiuti, puo’ risultare complicato, alle volte svilente, ambientarsi. Far fronte alla burocrazia(specie se in un altro Stato), dopotutto, non è mai semplice e bisogna essere pronti ad affrontare le difficoltà pazientemente e senza esagerare nel buttarsi giù.

“Sei pazza” mi hanno detto;

“Sei coraggiosa” mi hanno ribadito;

“Ma come fai?” mi hanno chiesto.

Il punto è che se non metti da parte le tue sicurezze e non azzardi, sarai sempre dipendente delle tue paure, fondate o infondate che siano.
Certo non è attitudine di tutti far fronte a questo “rischio”, ma è davvero importante confrontare le proprie conoscenze e/o stile di vita, con il resto del mondo.

Intraprendere il proprio percorso di studi, come l’università, all’estero è una decisione, si` coraggiosa, ma che ti permette di crescere e capire, in breve tempo, le dinamiche di una realtà nella quale si è (quasi) completamente indipendenti dalla propria famiglia, dalle proprie origini, dalla propria “casa”.

La propria casa, il proprio paese, la propria Terra è un luogo del cuore al quale, a mio avviso, non è bene esser troppo radicati:

“Dietro è la casa, davanti a noi il mondo, e mille son le vie che attendon, sullo sfondo di ombre, vespri e notti, il brillar delle stelle. Davanti allor la casa, e dietro a noi il mondo, tornar potremo a casa con passo infin giocondo.”

Cosi’ scrive J.R.R. Tolkien ne “Il Signore degli Anelli”, sottolineando il concetto di apprendimento continuo tramite esperienze, che siano all’estero, oltreoceano o, semplicemente , “altrove”.

“Altrove” è uno stile di vita,una maniera di pensare e di vedere il mondo, un modo di rapportarsi alla natura, alle cose, alle persone. “Altrove” sei tu, che con le tue proprie forze, forgi la tua felicità.

“Mommy”- Quando l’amore non basta

Piccolo capolavoro del 2014 targato Xavier Dolan, “Mommy” debutta alla 67esima edizione del Festival di Cannes, dove si aggiudica il Premio della Giuria.

E’ raccontata, cosi’, la storia di una madre single con un figlio problematico, rimasto orfano di padre in tenera età, avvenimento tragico che ha sconvolto profondamente la sua vita, aggravando le sue già precedentemente instabili condizioni psichiche.

Il bambino, al quale viene diagnosticato un forte deficit di attenzione e iperattività, viene ben presto sballottato tra collegi e centri di recupero finchè un giorno, a seguito di un incendio da egli stesso causato, viene cacciato dalla struttura di rieducazione ed è costretto a tornare a casa con la madre.

Da qui,la pellicola, illustra, con grande maestria, il rapporto (ed il suo conseguente sviluppo) che intercorre tra madre e figlio.
Un rapporto al limite del complesso edipico, fatto di sottili riferimenti sessuali, che sfocia nella violenza tanto fisica quanto mentale, e che ha come risultante generale un’articolata e continua contrapposizione di amore e odio, tranquillità ed isteria, spensieratezza e dolore.
Cio’ non impedisce alla madre di amare incondizionatamente il figlio, nonostante sia una sorta di “peso”, moralmente ed economicamente parlando.

A volte, pero’, è  quell’amore incondizionato, che credevamo onnipotente, ad attuare una sorta di auto-deterioramento e conseguente presa di coscienza, improvvisa e fulminea, del proprio malsano status quo;

ed è proprio quando l’amore non basta, che bisogna allentare la presa, allontanarlo un po’, per riprendere in mano la propria vita e mantenerlo vivo unicamente con la speranza.

“Amarlo non vuol dire poterlo salvare”

 

“Juste la fin du monde”-Il dramma del ritorno

Giovane, ma non per questo inesperto – il regista 27enne canadese Xavier Dolan propone al 69esimo Festival cinematografico di Cannes, in candidatura per la Palma d’Oro, “Juste la fin du monde” (eng. “It’s only the end of the World”); una pellicola ispirata all’omonima opera dell’autore teatrale contemporaneo Jean-Luc Lagarce che catapulta l’osservatore, sin dall’inizio, in un’atmosfera tesa, greve, drammatica.
Con un cast ricco di rinomati attori, esclusivamente francesi, che va da Marion Cotillard a Vincent Cassel, il film non ottiene l’ambito premio, bensi’ il Grand Prix della giuria Ecumenica.

Riguardo la trama, sarebbe improprio affermare che si tratti della storia di Louis; d’altronde, come il titolo suggerisce, esso racconta essattamente la fine di una storia.
La storia di una vita ampiamente rivissuta tramite frame presenti nel corso dell’intera narrazione, accompagnati da flashblack indotti dalla memoria involontaria, dall’associazione di sapori, odori, profumi, “Correspondences”.
Il film illustra, pertanto, “juste la fin” della vita del protagonista, Louis,un affermato scrittore e malato terminale, che decide di ritornare a casa e fare visita alla sua famiglia, dopo 12 anni di assenza, per annunciare la sua morte.

Esasperazione, angoscia e tensione sono gli ingredienti principali in un contesto relativamente ristretto, quale il nucleo familiare.
La maggior parte delle scene ha infatti luogo all’interno delle mura domestiche, scelta che conferisce al tutto una drammaticità ancor più accentuata e rispecchia i sentimenti reconditi e cementificati dei personaggi.

Tutto è taciuto, ogni cosa carpita per pura intuizone, altresi’ l’annuncio di Louis. Con la sua straordinaria interpretazione nei panni del protagonista, Gaspard Ulliel riesce a trasmettere cosi’, con un solo sguardo, il dolore e la nostalgia del personaggio del quale veste i panni.

Silenzi incolmabili e continue crisi isteriche tipicamente familiari, creano un’entropia che lascia il fruitore della pellicola tanto interdetto quanto emotivamente coinvolto.
Una visione forte, pesante e controversa, tecnicamente impeccabile, che non sarà forse la fine del mondo, ma è sicuramente un lavoro ben riuscito.

In uscita nelle sale italiane dal 1° dicembre 2016.