I tempi bui vanno sempre di moda -Da Brecht a i Ministri

Oggi, 9 novembre 2016, si compie negli Stati Uniti d’America una tragedia preannunciata e, col senno di poi, non  cosi’ tanto inaspettata. Oggi, il magnate miliardario statunitense Donald J. Trump, diventa il 45esimo Presidente degli USA.

E’ cosi’che nella giornata dedicata al 25esimo anniversario del crollo del Muro di Berlino, si consolida un muro (per ora) invisibile, costruito con mattoni fatti di ignoranza, razzismo, xenofobia.

E’ buffo, ma al contempo disarmante, come l’uomo moderno, ovvero uomo immerso nel progresso e nella dinamicità di un mondo in continua trasformazione, rimanga comunque radicato in ideali e principi rovinosi verso lo stesso genere umano.

Era il 1939, in pieno periodo nazista, e in merito a cio’ lo scrittore e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht scriveva una poesia/monito “A coloro che verranno”:

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

 

Ebbene, i tempi bui del quale parlava Brecht, non sono mai finiti. Sono mutati, evolutosi, questo si’. Possiamo trovarne la conferma nella politica, nell’attualità, guardandoci alle spalle o guardandoci allo specchio;

ieri, oggi, (molto probabilmente) domani.

E’ cosi’ che l’alternative-rock band italiana “I Ministri”, riprende questo concetto chiave espresso dal drammaturgo tedesco, in una delle loro canzoni più rappresentative, “Tempi bui”:

Veramente vivo in tempi bui
E non è per rovinarti il pranzo
Che ti dico arriva la marea
E tu la scambi per entusiasmo
Veramente vivo in tempi bui
E non ho nulla di cui preoccuparmi
Perchè sono diventato buio anch’io
Ma di notte sono uguale agli altri

E mi cambierò nome
Ora che i nomi non valgono niente
Non funzionano più
Da quando non funziona più la gente
Mi cambierò nome
Ora che i nomi non cambiano niente
Non funzionano più
Da quando non funziona più la gente

I tedeschi sono andati via
Come faremo ora a liberarci?
Non possiamo neanche uccidere il re
Perchè si dice siamo noi i bersagli
Veramente vivo in tempi bui
Riuscivi solo a chiedermi per quanto
E ora son diventato buio anch’io
Che cos’hai tu da brillare tanto

E mi cambierò nome
Per passar le dogane e gli inverni
Andrò sempre più giù
Dove non serve tenere gli occhi aperti

E mi cambierò nome
Ora che i nomi non valgono niente
Non funzionano più
Da quando non funziona più la gente
E mi cambierò nome
Ora che i nomi non cambiano niente
Non funzionano più
Da quando non funziona più la gente

E mi cambierò nome
E mi cambierò nome
E mi cambierò nome
E mi cambierò nome

Vi svelo, inoltre, che il nome di questo blog scaturisce proprio da quella che è la prima parola dei primi versi in lingua tedesca della suddetta poesia di Brecht “An die Nachgeborenen”, ovvero:

Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!”

Qual è percio’ la differenza tra il 1939 e il 2016? Se tanto mi da tanto i “coloro” al quale Brecht si appellava siamo proprio noi.

Gli stessi “coloro” che oggi sono riusciti a rendere il buio di questo tempo, un poco più pesto.


Sulla cresta dell’onda al Palazzo Reale di Milano – Hokusai, Hiroshige, Utamaro

Dal 22 settembre 2016 al 29 gennaio 2017, il Palazzo Reale di Milano ospita una mostra dedicata alle opere di tre dei più importanti artisti vissuti in Giappone nel periodo Edo. Famosi soprattutto per i loro lavori del genere di stampa artistica ukiyo-e, letteralmente “immagine del mondo fluttuante”, ma essenziali inoltre per lo sviluppo dei Manga e, nel caso specifico di Hokusai, degli Haiku (una forma estremamente minimalista di poesia).

Una sapiente scelta del materiale espositivo accompagna l’osservatore in un viaggio quasi mistico e lo travolge proprio come La Grande Onda di Kanagawa del maestro Hokusai. Un excursus estremamente interessante alla volta non solo della natura giapponese, ma anche dello  stile di vita nel periodo Edo (l’attuale Tokyo).

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Katsushika Hokusai
Il fiume Tama nella Provincia di Musashi, dalla serie Trentasei vedute del Monte Fuji (circa 1830-1832)

Una delle cose migliori nel corso della visita, è sicuramente il momento in cui viene spiegato dettagliatamente ed esaustivamente quello che è il processo di creazione delle stampe. Un processo lungo e affascinante che ci catapulta in un mondo ricco di tradizioni che nonstante siano millenarie, ancora oggi perdurano.

La particolarità di queste opere realizzate in serie risiede tanto nei colori che ancora oggi si mantengono in uno stato praticamente inalterato, quanto in ogni singolo attrezzo e materiale utilizzato per crearle. Ogni artigiano, infatti, fabbrica con le proprie mani gli strumenti che servono a realizzare la stampa.

 

Mentre Hokusai si concentra maggiormente sulla natura, Hiroshige rappresenta il più delle volte, nelle sue stampe, anche soggetti umani.

 

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Utagawa Hiroshige
41 – Narumi. Negozi che vendono i celebri tessuti shibori, dalla serie Cinquantatré stazioni di posta del Tôkaidô (1848-1849 circa)

 

Utamaro, invece, si dedica principalmente alle rappresentazioni di donne, magistralmente composte, chiamate

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Kitagawa Utamaro
“Ritratto di beltà” (1795 circa)

 

 

 

 

Il costo della mostra è di 12€ (10€ il prezzo ridotto per giovani residenti in UE tra i 18 e i 25 anni); un po’ cara, ma come vi renderete conto ne vale decisamente la pena.

Prendetevi quindi un weekend (prenotate preventivamente online se non volete fare la fila) e addentratevi nel “magico mondo fluttuante” del Giappone.